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L’equità della signora Fornero

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Forse avrei dovuto citarla come ministro (o ministra?) e non come signora. È riduttivo, ma ho un certo ritegno a farlo. Dirò perché.
La signora Fornero ha chiarito le cose a me e, soprattutto, ai lavoratori. Che stanno così: per salvare dal default…
Non so neppure se sia scritto giusto. Lo scrivo in italico: per salvare dal fallimento la nostra economia, si dovrà estendere la possibilità di licenziamento ai dipendenti del settore pubblico che, in tal modo saranno equiparati ai dipendenti dei privati. Equità. Come se non esistesse già la possibilità di licenziare chiunque, quantunque e comunque. Sorvoliamo.
Se la soluzione è così semplice, estendiamo, estendiamo subito! Così facciamo stare tranquillo anche Obama.
È forse l’articolo 4 della nostra Costituzione che lo vieta?
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
L’unica soluzione che mi viene in mente, e che suggerisco alla signora Fornero, sarebbe una modifica all’articolo 4 che potrebbe essere così riscritto:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto ad essere licenziati e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
Una cosetta da poco. Se si vuole, e proprio per non essere fraintesi, l’articolo potrebbe essere completato con:
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al licenziamento del maggior numero possibile di suoi simili.
Codicillo non indispensabile, ma utile per unire ancor più i cittadini in uno Stato che li capisca, che comprenda i loro bisogni e faccia di tutto per soddisfarli. Così facciamo stare ancor più tranquillo Obama.

Ho sempre pensato che si dovesse operare per equiparare i cittadini italiani (ma i lavoratori sono ancora cittadini italiani?) al livello più alto, non al più basso. Per cui, se i dipendenti di enti pubblici non si possono licenziare, ci si dovrebbe preoccupare di applicare la stessa tutela ai lavoratori che non hanno la fortuna di appartenere a enti pubblici.
Ci si dovrebbe preoccupare, ho scritto. Chi? Il governo, è chiaro, no?
Questa, nella mia ingenuità, pensavo fosse equità.
Non so se la signora Fornero l’ha detto veramente. L’ho letto sui giornali e io ai giornali ci credo. Quasi sempre, se no, perché leggerli?
A meno che la signora Fornero non sia stata aggredita dal virus contradictus, comune nel precedente governo. Fa pronunciare parole e poi fa giurare di non averle pronunciate.
Ecco perché ho qualche resistenza a chiamare la signora Fornero, ministro (o ministra?): perché ancora non ha proposto la modifica all’articolo 4 della nostra Costituzione zovirax price. E dal suo insediamento sono passati… Quanto? Sei mesi? Un anno?
Non lo ricordo più. Il conto è complicato dal fatto che tutto è esattamente come prima e non è ben chiaro quando, a rovinare il paese, i tecnici hanno sostituto i politici. Cosa la paghiamo a fare?
Per equità con il passato governo, propongo che si possano licenziare anche i ministri che non provvedono al bene comune. O che dicono e poi contraddicono.

Parola dal sen fuggita
poi richiamar non vale.
Non si trattien lo strale
quando dall’arco uscì.

Non è una citazione colta. E non so neppure se sia giusta. Il buon Parini l’ho studiato a scuola e ne sono passati di anni, quindi… Mi pareva bello citarlo, visto che era pure un abate.
Mi sento in un paese di matti. O sono io il matto?

loriano macchiavelli
5 giugno 2012

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LA NOSTRA E LA LORO EQUITÀ.

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Equità: nell’ultimo mese non c’è parola, in Italia, che sia stata tanto usata. Da tutti, in particolare dai rappresentanti del nuovo (nel senso di recente, perché di nuovo non ci ho trovato granché) governo. La manovra per salvare l’Italia dal baratro…
Altra parola abusata. Sarebbe bello se i nomi dei responsabili che hanno scavato la voragine dinanzi al cammino dell’Italia, cioè al nostrocammino, venissero pronunciati a voce alta, magari ogni sera durante il telegiornale, e scritti in lettere tutte maiuscole, non per rispetto, ma perché non ci fossero equivoci e dubbi sulle loro identità.

La manovra per salvare l’Italia dal baratro sarà equa. L’equità sarà il fondamento della nostra azione politica. Equità e sobrietà. Sobrietà ed equità. Equità, sobrietà e baratro.
Che bello! Ci ha conquistati tutti. Quasi tutti. L’esperienza, che è uno dei pochi regali del tempo, mi fa dubitare e ho dubitato. Soprattutto perché, se dobbiamo il baratro agli speculatori finanziari, con quale fiducia possiamo affidare il risanamento della finanza alla stessa categoria sociale che ha provocato il disastro? E continua a provocarlo giorno dopo giorno, spread dopo spread, bot dopo bot, speculazione dopo speculazione?
Che bello, abbiamo detto. Avete detto.

Ho letto i provvedimenti, impregnati di equità, tanto che non sappiamo più dove metterla tutta ‘st’equità, e mi si è ancor più radicata la convinzione che le parole hanno un loro significato particolare, e diverso, a seconda della categoria di persone che le pronuncia.
Se io dico equità, intendo equità e non c’è bisogno di altre spiegazioni o chiarimenti. Voi sapete cosa intendo e di cosa parlo. Per altri, diciamo per i politici, per i grandi e misteriosi trafficanti della finanza, per le banche, per i giornalisti… Per ognuno di costoro, e per altri, equità ha un diverso significato che voi neppure immaginate. Per ciò vi trovate dinanzi a decisioni prese nel nome di un’equità che non corrisponde alla vostra.
Come per accise… Volete mettere com’è più aggraziato accise di tasse. Potrebbe essere il nome di un passerotto. O di un fiore: ho raccolto un mazzo di accise. Rosse.
Come per accise, per escort, per precarietà (da non confondere con disoccupazione), per mobilità (idem).

Così, per non venire estromesso dal mondo dell’economia (che mi arrecherebbe un grande dispiacere, come potete immaginare), ma soprattutto dal mondo dei significati, poiché di significati io vivo, sono andato a cercare qua e là alcune definizioni di equità. Mi è piaciuta particolarmente la seguente:
EQUITÀ, giustizia non rigida, ma naturale, temperata cioè dall’umanità, qualche volta anche dall’indulgenza e dalla saggezza.
Allora, ho ragione io: l’equità che intendo io è l’equità equa. Sono loro che non sanno cos’è equità, e se non sanno cos’è equità, non possono sapere cosa siano umanità, indulgenza, saggezza che si accompagnano indissolubilmente a equità. E la cosa mi spaventa. Dovrebbe spaventarci tutti.
In realtà, io e voi sappiamo benissimo che loro sanno cos’è equità. Lo sanno e fingono e si attaccano a un’altra definizione, questa:
EQUITÀ, conforme alla giustizia, alla convenienza.
Adesso sì che funziona e la manovra proposta dal governo è perfettamente giustificata. Infatti essa è conforme alla giustizia, la loro, ed è conforme alla convenienza, sempre la loro.
Buon baratro a tutti.
A meno che… A meno che…
Fate un po’ voi i conti.

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Quale futuro?

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Foucault e la biopolitica.

Se mai un giorno ci decideremo a fare un bilancio delle nostre ultime due generazioni, dal dopoguerra ai giorni nostri, sarà un bilancio piuttosto deludente. Ci troveremo fra le mani la fotografia del fallimento degli ideali e della lotta nata dall’illusione di un cambiamento del mondo. E che si tratti di un fallimento lo dimostrano gli avvenimenti che stiamo vivendo: affidiamo il governo nelle mani dell’economia, di quell’economia che abbiamo tentato di modificare; di quell’economia che ha ridotto la nostra esistenza a una lotta per la sopravvivenza; di quell’economia che si è spartita e continua a spartirsi il mondo e le sue ricchezze.

Quale futuro ci stanno preparando i governi economici? Quelli da tempo installati in certe parti del mondo e quelli che, altrove, si vanno sostituendo ai governi cosiddetti politici e alle cosiddette dittature. Se l’analisi di Foucault

Il dispotismo è un governo economico, che tuttavia non è rinchiuso, circoscritto entro i suoi confini da nient’altro se non da una economia che ha esso stesso stabilito e che controlla totalmente.
(Da Nascita della biopolitica, Feltrinelli)

Se l’analisi, dicevo, fosse esatta, a noi resterebbe ben poco spazio per la fantasia e per i sogni poiché l’economia e il suo governo non prevedono fantasia e sogni fra le doti dell’uomo. Anzi, li considerano un danno che contrasta con i loro, e quindi nostri, interessi.

loriano

 

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Funerale dopo Ustica

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 Torna Funerale dopo Ustica.

Il pezzo che segue l’avevo messo sul sito quando l’editore era convinto di ripubblicare il volume. Poi la malaugurata idea di farlo preventivamente leggere e commentare da un avvocato, a scanso di guai economici incombenti, dato l’argomento e il precedente legale con Strage. Risultato: Funerale dopo Ustica, non si ristampa.
Perché? Perché c’è il diritto all’oblio. Non so cosa voglia dire e non mi interessa.
Perché la sentenza definitiva sulla strage di piazza della Loggia ha assolto tutti gli imputati. Qualcuno ricorda Brescia, il 28 maggio 1974? La fotografia di un uomo in ginocchio, disperato come dovrebbe essere disperato tutto il nostro paese? Ne dubito, ma non cambieranno le cose.
Altri perché, tanti, che mi fanno capire come il nostro Paese stia tornando indietro nella democrazia, nella cultura, nel buonsenso… Se si arriva a censurare la letteratura, vuol dire che va male, che molte, troppe cose non funzionano, ma soprattutto che è in corso una mutazione genetica della nostra gente. Una mutazione che ci fa accettare anche gli avvenimenti per i quali, un tempo (quando?) avremmo protestato, saremmo scesi in piazza.
Niente di buono sul nostro orizzonte.
Anche se non ha senso, lascio il brano che annunciava la ristampa di Funerale dopo Ustica. A futura memoria. Leggetelo qui di seguito.

 

In giugno del prossimo 2012 uscirà per Einaudi una nuova edizione del mio romanzo Funerale dopo Ustica, apparso per la prima volta nel 1989 per l’editore Rizzoli. Allora l’autore indicato sulla copertina era un certo Jules Quicher, contrabbandato nel risvolto di copertina come “un esperto di problemi della sicurezza in una famosa multinazionale svizzera”. La presentazione del presunto autore terminava così:
“… Jules Quicher parla e scrive alla perfezione in italiano e francese (sue lingue madri), e in inglese, tedesco e spagnolo.”
In realtà il vero autore del romanzo, il sottoscritto, parla e scrive a malapena in italiano e nel dialetto della sua montagna, ma i progetti editoriali prevedevano che io conoscessi altre lingue.
La fascietta attorno al volume riportava: “Uno scrittore che sa molte cose: forse troppe”.  Anche questa affermazione era ardita: chi può conoscere le segrete cose avvenute in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri?
Quello che sapevo dei misteri italiani lo avevo desunto dalle inchieste rese pubbliche e che ben pochi perdono tempo a leggere. Per ciò, chi ne sa anche solo un poco più degli altri, sembra che sappia quasi tutto.

Del romanzo Funerale dopo Ustica vi do, cari amici lettori, i

Personaggi
importanti in ordine di apparizione sulla scena del crimine:
Dikte, ammiraglio, funzionario ad altissimo livello dei servizi segreti della Difesa;
Bellamia, la doppia moglie dell’onorevole;
– L’onorevole Furoni, ex comandante partigiano, ex aderente al Partito d’azione, ex attivista del Partito comunista italiano, ex terrorista altoatesino e infine deputato al Parlamento italiano per conto di un partito dell’arco costituzionale e difensore delle riforme sociali e politiche;
– Surprisi, alto magistrato titolare di inchieste sull’eversione nera, rossa, gialla e altri variegati colori;
– Penelope Giorgiani, Lope, intellettuale, sociologa di fama internazionale e strenua paladina dei movimenti extraparlamentari come supporto insostituibile della democrazia;
Klaus Krunter o Walther Renner o Hisard o Gustav Göristh o Standish Husky o chissà che altro ancora, tedesco o austriaco o spagnolo o svizzero o chissà che;
– Guendalina Valmoral, Lina, la sua segretaria. O la sua donna? Vedremo;
– Victorhugo, ognuno di noi immagini chi sia e chi rappresenti;
– Pierluigi, nome di battaglia di uno sfigato condannato fin dalla nascita a morire giovane;
– Stefano Degiorgi, geometra, capo ufficio tecnico dell’impresa di costruzioni Sassi L, sui trenta, elegante e sobrio;
– Il Maggiore, ingegnere responsabile della stessa impresa, capelli bianchi, sorriso aperto e comunicativo;
– la Signorina, segretaria tuttofare della stessa impresa di costruzioni;
– Mila Santini, dottoressa, ufficio amministrativo dell’impresa Sassi L.;
– il Vecio, partigiano, un taciturno montanaro sui cinquanta;
– Mario, non si sa chi sia né se sia;
– dottor Capucci, funzionario di polizia;
– dottor Lucio Chiaroni, anonimo ragioniere dipendente di un’importante azienda a capitali internazionali, con scarse possibilità di carriera (almeno apparenti) e felice padre di famiglia;
– Marta, la moglie;
– Sara, la figlia, tutta suo padre;
– Ummer, il capo del Nucleo Sette;
– Primo, Secondo, la Ragazza, Trovato, Sesto, il Custode, quelli del Nucleo Sette;
– Riccardo, biancheria intima e gran figlio di puttana;
– Antony Bozzolla, coordinatore del gruppo dei dieci del Css2;
– Luis Garcia Rodriguez, o anche Colonnello Stan, che ha costruito la sua casa in cima a Punta Falconera, Costa Brava, Spagna;
– Algucil, pittore, anarchico, rivoluzionario, reduce del ’68 parigino, amico di Luis Garcia;
– Pazienza, un prezioso occhio per Stefano Degiorgi, nel buio di Roma, vero nome Circeo Calterano;
– Hilario, amico d’antica data di Stefano Degiorgi, che dà l’idea di un barbiere più che di un agente dei servizi segreti spagnoli;
– l’Abate di Montserrat, abazia benedettina a quota 750;
– Pardo Bazan, chi è costui? O costei;
– Sarah, dagli amici chiamata Sherry per via che ne beve in quantità;
– Jules Quicher, dei servizi di sicurezza francesi, uno che avrà vita lunga;
– dottor Miland, responsabile di certi laboratori segreti per la ricerca di chissà cosa;
– l’uomo con la cicatrice, destinato a una brutta fine come tutti i cattivi;
– Morini, uno di Milano che dovrebbe saperla lunga sulle bierre;
– Eva Horvath, vedova ungherese, trasandata e forse ubriaca;
– Heléna, la sua dolce bambina, strumento inconscio di morte;
– Professor Cordellin, uno strano ma erudito e aggiornato fisico;
– Adin al Fadal, pilota libico che riesce a guidare un Mig 23 perfino da morto;
– monsieur Pipard, titolare della brasserie di Punta Falconera e fornitore di gas liquido;- madame Feisan, da poco vedova e tenutaria dell’unico albergo di Punta Falconera;
– Ferdinando, un meccanico addetto al controllo a terra degli aerei, che si è provvidenzialmente rotto una gamba, purtroppo per qualcuno.

Adesso che vi ho presentato quasi tutti i protagonisti di Funerale dopo Ustica, ci vediamo a giugno.

PS. Per motivi esclusivamente legali, nel senso che stiamo valutando alcune ipotesi che potrebbero procurare a me e all’editore qualche fastidio, oggi (9 agosto 2012) vi comunico che l’uscita del romanzo è stata rimandata. Ne riparleremo, forse, a marzo dell’anno prossimo. Tenete duro.

loriano macchiavelli

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Frasi

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Loriano Macchiavelli - scrittore

Non c’è più speranza quando giudice, delinquente e carnefice sono la stessa persona. Potrà mai l’investigatore, che è anche assassino e assassinato, arrestare, giudicare e punire se stesso? È il momento del coraggio: il coraggio di non accettare più le norme, la consuetudine, le leggi di secoli their explanation. È il momento per un nuovo pensiero e una nuova cultura perché il vecchio pensiero e la vecchia cultura ci stanno ingannando.

(Da Operagialla)

Signori, guardate qui, guardate!

Vergogna a te! Vergogna, deformità orrenda, mucchio di luridume! È la tua presenza a trarre questo nuovo sangue da vene vuote e raggelate. Il tuo misfatto snaturato provoca questa pioggia innaturale. Dio, che ha creato questo sangue, vendica l’assassinio! Terra, che bevi questo sangue, vendica l’assassinio! Folgora, o cielo, l’assassinio e stendilo qui a terra morto…

…ma Dio è morto e non mi ascolta e il cielo non manda più folgori sui malvagi. Ho visto le più orrende atrocità che mente umana possa immaginare e, cosa più orrenda, ho partecipato! Per questo sono anch’io una vittima e quando ho sentito le tremende parole: “Noi siamo pronti a usare ogni arma per sconfiggere il nemico e per portare la libertà e la democrazia nel mondo!” ho capito che stiamo danzando la macabra danza della nostra fine.

(Da Operagialla)

 “È una città indecifrabile anche per me che l’ho girata in lungo e in largo. Misteriosa e segreta e con una sua particolare cultura del delitto. Se la passeggi di notte ti accade di vedere ombre che si muovono in uno scenario che è un invito a nascondere…”

(Da Sgumbéi, Le porte della città nascosta)

“Sulla città pesava la stessa atmosfera calda e cupa del giorno precedente e in più lo stupore e l’immobilità della Strage. Sotto i portici i pochi passanti andavano, muti, gli occhi bassi a fissare la strada, come non sapessero dove.”

(da Strage – Einaudi Stile Libero Big, 2010)

(…) e allora disse: «Non sono del tutto convinto che la sua morte ci possa giovare.» Il Vecchio si rilassò sulla poltrona, aspirò e gettò fuori lentamente il fumo. Chiuse gli occhi e mormorò: «Tranquillo, tranquillo, la morte è il solo avvenimento che giovi alla vita di un uomo».

(Dal romanzo L’ironia della scimmia.)

Tra le tante pagine presenti in Rete su Loriano Macchiavelli, ci piace segnalare questa:

Aforismi di Loriano Macchiavelli.

Crediti: Aforismi.meglio.it è un progetto di Stefano Moraschini
Realizzazione: www.moraschini.it

L’autore di quegli aforismi non ha alcun rapporto col sito e coi suoi curatori ma ne loda lo spirito e l’iniziativa, onorato che sue frasi siano state scelte per comparire tra quelle di tanti più illustri personaggi storici e contemporanei.

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