Fotogramma 1 dal film L'archivista

Come nacque il film L’archivista

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Come nacque il film “L’archivista

ovvero UN’AVVENTURA IMPOSSIBILE

di Guido Ferrarini – attore teatrale e regista 

Che fare un film sia impossibile, soprattutto per la televisione, l’ho imparato dalla mia unicaFlavio Bucci nel film L'archivista esperienza cinematografica. Ma cominciamo dal principio, come si dice.
Noi del GTV: se volete sapere cosa fosse e chi eravamo leggetevi qualcuno dei libri che sono stati scritti su di noi.
Noi del GTV, dicevo, eravamo tutti – e lo siamo tuttora – un bel po’ matti. Portiamo ancora sulla pelle quel marchio indelebile, come la perfida “Milady” dei tre moschettieri. Sarà per questo che le imprese più strane e bizzarre, qualche volta anche nobili, perché no, fanno parte del nostro DNA.

Quella volta si trattò di “fare un film”. Il promotore dell’idea fu Macchiavelli. Lo chiamavamo sempre per cognome, tutt’al più Macchia.
Macchiavelli era quello di noi che aveva fatto più “fortuna”. Era diventato scrittore di gialli, utilizzando un dono per la scrittura da fuoriclasse alla Maradona, o alla Messi se vogliamo apparire più giovani e informati. Dotato di una tenacia possibile solo in un montanaro qual è.
Un paio d’anni prima la RAI aveva “girato” una serie di telefilm sperimentali “in elettronico”, con protagonista il suo famoso personaggio: Sarti Antonio.
Come sempre – Loriano è un incontentabile – Macchia non fu soddisfatto del risultato. Diceva che avevano tradito lo spirito dei suoi romanzi. E noi a dargli ragione.

“Perché non ce lo facciamo noi?!”

Ci voleva un bel coraggio. Nessuno di noi aveva mai visto un “set” cinematografico nemmeno in cartolina, al massimo qualche particina nei film che venivano girati a Bologna.

“Lo facciamo in elettronico. Non costa molto”.

Macchia predispose la sceneggiatura: “Il diamante insanguinato”.
Insieme al nostro amico Mauro Mingardi, lui sì davvero maestro di cinema che aveva vinto tanti premi coi suoi bellissimi film in superotto, lui che era stato aiuto di Marco Ferreri nel film “Chiedo asilo” (con Benigni) ma che aveva sempre rifiutato di diventare professionista, con lui cominciammo a fare i sopralluoghi. La principale “location”, come si dice, doveva essere il “Gianni Falchi”, il glorioso campo di baseball di Bologna. Passione giovanile di Macchia, il baseball. Da cui il titolo…
Non mi ricordo perché poi da quel progetto con Sarti Antonio si passò a Poli Ugo, altro bellissimo personaggio uscito dalla penna inesausta e inesauribile del nostro. Vuole la storia però, che da quel momento tutto assumesse un aspetto molto più complesso e professionale.
Interpellammo l’amico Cesare Bastelli, operatore di Pupi Avati e regista in proprio, il quale ci propose di girare il film in sedici millimetri, che avremmo poi “gonfiato”, sempre come si dice, in “trentacinque”.
Questo cambiamento comportava naturalmente un aumento di costi considerevole. Così io, che godevo di un certo credito in città, mi recai in banca e accesi un bel mutuo: venti milioni. Per sovrappiù tutti i soci di questa società sulla parola – i soliti sodali del GTV – si tassarono di cinquecentomila lire ciascuno. Andammo anche alla ricerca di qualche sponsor, che con un po’ di parole anche inventate alla fine trovammo. E così il favoloso “budget” fu nelle nostre mani.
Oh, con quei soldi non si sarebbe potuta girare neppure UNA scena di film “normale”! Ma noi eravamo quelli del GTV. Un bel po’ matti, l’ho pur detto.

Il film inizialmente si intitolava “L’imbianchino del Pratello”. Poi per la Rai fu “L’archivista”.
Il personaggio protagonista era Poli Ugo, un bravo investigatore della Questura di Bologna che aveva subito una sorta di “mobbing” dai suoi superiori, dopo un incidente d’auto in cui era rimasto zoppo, per cui lo avevano relegato in archivio. Archivio da cui lui, per vendicarsi del trattamento subito, prelevava segretamente le pratiche irrisolte, faceva indagini, risolveva i casi per conto suo, poi rimetteva le pratiche nell’archivio. Senza comunicare il risultato ai superiori.

Vogliono che archivi… e io archivio!”.

Un personaggio contorto, strano, tutto vòlto al negativo, rancoroso anche se con ragione; un ritratto di essere umano che cominciava ad apparire nella società di allora. Oggi ne siamo pieni.
Chi poteva interpretare un personaggio del genere se non il grande attore Flavio Bucci?
Lo interpellammo, fu subito disponibile. Firmammo con lui un contratto da dieci milioni. Tutti gli altri attori, la maggior parte erano del GTV, non sarebbero stati pagati.

Con gli amici Andrea Negroni, Nicola Mazzanti e Gianluca Farinelli predisponemmo uno “storyboard”. A Roma comperai tutti gli stampati necessari a fare un film come si deve, cominciando dal piano di lavorazione, strumento misterioso e indispensabile senza il quale un film “serio” non potrebbe essere girato.
E io ero il regista, nientemeno! Ma vicino a me, come sempre, gli amici collaboratori del GTV: Maria Pia Schiavina, mia preziosa e indispensabile assistente, oltre che cara amica. Rosa Scapinelli, all’organizzazione. Con lei non avemmo mai nessun intoppo per permessi e quant’altro. Renata Fiorentini  curò i costumi. Da Oscar. Tiziano Tommesani, mio alter ego in tutto, all’organizzazione generale. Enza Negroni, allora giovanissima e oggi bravissima regista, fotografo di scena.
Un capitolo a parte meriterebbe l’insigne musicista jazz che risponde al nome di Marco Di Marco (carissimo amico), famoso in tutto il mondo e onore e vanto dell’Italia. Lui, con l’umiltà che contraddistingue i grandi uomini, si disse onorato: Lui!, di comporre le musiche del nostro film. Avevamo fatto cento.

La parte tecnica fu affidata a dei ragazzi che “c’avevano i maroni”, come dimostrarono in seguito. Oltre al già detto Cesare Bastelli, operatore e direttore della fotografia, il più esperto di tutti, vennero Roberto Cimatti e Gian Filippo Corticelli, oggi tra i migliori direttori della fotografia in circolazione. Paolo Cottignola fu il montatore, lui che oggi lavora coi registi Olmi e Mazzacurati e che ha vinto un David di Donatello. E poi c’era Paolo Bacchi, cinematografaro appassionatissimo, papà dell’incantevole Chiara, la bambina protagonista del film insieme a Flavio Bucci. E ancora i “tecnici” che non posso non ricordare: Andrea Armaroli, Mauro Gilli, Giorgio Baldi, Claudio Esposito.

La fioraiaInsomma, una bella serie di personaggi ai quali aggiungere tutte le “sagome” del GTV.
A memoria: Anna Selva, una magnifica fioraia, pacioccona e bolognese fino al midollo. Paolo Bondioli, splendido ed emozionato Commissario di polizia, quello dal monotono intercalare: “èverocomesidice”, superiore gerarchico di Poli Ugo, che strinse una grande amicizia con Flavio Bucci. Luciano Leonesi, il martire: era l’imbianchino che aveva subito un incidente provocato ad arte. Appariva ingessato dalla testa ai piedi a cura dell’ineffabile Manini, maestro di ingessature; Manini lavorava al Rizzoli e tenne il povero Leonesi ingessato in quel modo per un giorno intero.
Lo stesso Luciano Manini, il compianto Pietro Domenicali detto Pepo, scomparso da poco, Luigi Lepri alias Gigén Livra grande dialettologo bolognese, erano i compagni di tavolo di Luciano. Questi quattro “soggetti” disputarono la più esilarante partita a briscola che sia mai sta girata per il cinematografo. Da fare invidia a Hollywood!

E poi c’erano Giovanni Battaglia, Walter Busiello, anche lui scomparso, la bella MaraFotogramma film L'archivista 003 Menegatti sua moglie nella vita, prostituta nel film, insieme a Renata Fiorentini anche lei puttana e mia moglie nella vita. C’erano ancora Romano Danielli, il più grande burattinaio italiano nella parte di un superiore di Poli Ugo e la bellissima figlia di Leonesi, Simonetta: anche lei puttana.

Oh, ma quante puttane c’erano in quel film?

Io girai seriamente quel film. Massimo impegno. Mi ero molto documentato. Mi feci persino ospitare, tramite intercessione di Giorgio Trestini che stava lavorando con lui, sul set di un film di Salvo Nicotra, mi pare vicino Sanremo (dove Trestini si sputtanava regolarmente la paga).

Inciso. Giorgio Trestini, che ringrazio anche se in folle ritardo per aver partecipato – anche lui gratuitamente – alle riprese de “L’archivista”, oltre a essere un attore del cinema e della televisione italiana fra i più attivi, ora insegnante di recitazione e fondatore del Teatro Bibiena a Bologna, è autore di quella fortunatissima commedia “L’amore di gruppo”, che ha imperversato a Bologna per più di vent’anni, con repliche da record e che intere generazioni di bolognesi hanno visto. Si dividevano, i bolognesi di allora, fra quelli che l’avevano vista e quelli che la dovevano ancora vedere. Esattamente come era successo a Samuel Beckett col suo “Aspettando Godot” a Parigi.

Noi avevamo sottoposto alla Rai il nostro progetto ma la Rai, prima di farci il contratto voleva “vedere cammello”.
Non avendo ancora il permesso ufficiale della Rai, escogitai un sistema che ci permettesse di girare con comodità nelle varie ”location”. Girammo a Bologna nel centro storico, alle terme di Porretta e in varie situazioni complicate. Feci stampare dei cartelli con su scritto Ral con la elle, che da lontano venivano facilmente interpretati come Rai. Questo stratagemma ci aprì diverse porte che contrariamente sarebbero rimaste chiuse.

Poi i soldi finirono. E noi rimanemmo a mezzo: “con le penne ma nudi i piedi, come un uccello”, per citare la famosa poesia di Giovanni Pascoli.
Per fortuna riuscimmo a convincere Carlo Fuscagni, allora direttore in Rai a venire a  Bologna, nello studio di montaggio di Paolo Cottignola per vedere il risultato dei nostri sforzi.
Fu contento.
Ci disse di ampliare il film a novanta minuti, noi ne avevamo girati quaranta. Ci fece un contratto da centoquaranta milioni e ci obbligò, poiché la censura non esiste, a trasformare quello che nel film veniva chiamato “Onorevole” in un innocuo “il Modenese”.
Riprendemmo a girovagare con Flavio Bucci e tutta la troupe per Bologna e dintorni. Ma questa volta con un’attrezzatura da far invidia! Chiamammo i bravissimi tecnici di Pupi Avati, Giorgio De Marchis e Raffaele De Luca a completare il cast tecnico, esponendo orgogliosamente i nostri bravi cartelli con su scritto – questa volta per davvero – RAI e riuscimmo pure a finire il film un giorno prima di quanto previsto dal piano di lavorazione, per accontentare Flavio Bucci che doveva iniziarne un altro.

Fu Paolo Valmarana che ci aprì le porte della televisione. Era un estimatore dei romanzi di Loriano. Lo incontrammo nel suo studio alla Rai, seduto in cima allo schienale della poltrona, coi piedi dove si dovrebbe mettere il sedere. A me chiese: “hai mai messo l’occhio all’occhiolino della macchina da presa?”. Io non risposi.

Ma l’artefice del nostro successo, perché di un successo si trattò, fu un altro grande personaggio: Leo Pescarolo, uno dei più bravi e noti produttori italiani. Lo conoscemmo, io e Macchia, nel suo ufficio a Roma, perché lui stava cercando nuovi soggetti cinematografici. E siccome gli avevano parlato di certi romanzi gialli…
Quando in Rai Francesco Pinto, produttore delegato ci chiese chi fosse il nostro produttore, io improvvisai: Leo Pescarolo! E facemmo una gran figura. Poi dovemmo riempire il sacco vuoto. Gli telefonammo subito (a Pescarolo), spiegammo la situazione, lui capì e approvò. Che grand’uomo!

Quando il film fu finalmente pronto e lo presentammo nell’apposita, elegante sala di proiezione della Rai c’eravamo io, Leo Pescarolo, Carlo Fuscagni, il buon Pinto delegato Rai e altri funzionari a me sconosciuti. Ero teso come quando Luciano Leonesi nei suoi sogni va a bombardare Berlino insieme a Clark Gable. Non volava una mosca. Alla fine della proiezione Pescarolo si alzò. Disse: “è stato bravo, no?”. Un eroe, un gigante! Gli altri approvarono.

Avevamo vinto.

Successivamente tutto il GTV andò in vacanza al Festival del Cinema di Locarno, dove il film era stato invitato. Però poi attese due o tre anni e varie proteste pubbliche e private di Loriano per essere mandato in onda.

Successe il 27 settembre 1988. RAI UNO, nientemeno.

Il mattino successivo telefonammo all’ufficio Auditel (che allora non si chiamava così). L’archivista aveva avuto un ottimo riscontro. Pensa te.

Voglio concludere così.
Dopo quell’esperienza molti mi vennero a chiedere consigli.

Guido Ferrarini
Guido Ferrarini

“Come si fa a fare un film?”

“è impossibile.”

“Ma tu l’hai pur fatto?!”

“Appunto!”

P.S.: uno stuolo di attori bolognesi, oltre a quelli già citati, partecipò alla lavorazione de “L’archivista”. Non potendo fare la storia personale di ognuno, vorrei qui ricordarli tutti insieme e ringraziarli ancora per la bella avventura che mi hanno concesso di vivere.

In primis Enrichetta Bortolani, la splendida protagonista; Pietro Fraticelli l’onorevole mafioso (pardon, il Modenese); Silvana Strocchi moglie di Poli Ugo, che avrebbe in seguito lavorato con Fellini; Flavio Bonacci nella parte di Sarti Antonio; Claudio Guain nella parte dell’imbianchino. E poi una serie infinita di eccezionali caratteristi: Raffaele Boi, Luciano Bianchi, Augusto Magoni, i coniugi, allora, Cesare e Sonia Magrini con la loro figlia Lune, Walter Aspromonte, Leonardo Rimondi, Antonio Pizzurro, Paola Bacchetti, il mio più caro amico Franco Marengo, Maurizio Passatempi, Tino Bongiovanni, Cristina Menconi Orsini, Poppy Marcolin, Shoshanna Zuckerman, i bambini Alessandro Boschi, Sabina Macchiavelli e Piero Ferrarini, con i tanti altri che in qualità di comparse abbiamo incontrato nei luoghi stessi del film.

A tutti, ancora, GRAZIE.

Guido Ferrarini (a distanza di tanti anni, ma non è mai troppo tardi).

Guido Ferrarini è da molti anni Direttore Artistico del Teatro Dehon di Bologna

Di seguito una galleria fotografica di scatti inediti immortalati sul set del film.
Archivi: Macchiavelli – Ferrarini

Grazie al portale CaraVecchiaTV è possibile vedere un assaggio del flm “L’archivista”:

 

 

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3 pensieri su “Come nacque il film L’archivista”

  1. Fortunosamente “intercettato” nella tarda notte di domenica (3.20 circa), su Rai1: atmosfere e dialoghi insoliti, alternarsi di realismo e surrealismo, verosimiglianza e punte di grottesco, nonché una comprensibile, persino apprezzabile, naïveté nella messa in scena; e poi, l’immenso Flavio Bucci ad operare un quasi-transfert tra il “suo” commissario Ingravallo (comandato alla Mobile) e il Poli Ugo (relegato all’archivio). Da vedere (se, come e quando possibile).

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Sito ufficiale di Loriano Macchiavelli, scrittore

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