L’equità della signora Fornero

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Forse avrei dovuto citarla come ministro (o ministra?) e non come signora. È riduttivo, ma ho un certo ritegno a farlo. Dirò perché.
La signora Fornero ha chiarito le cose a me e, soprattutto, ai lavoratori. Che stanno così: per salvare dal default…
Non so neppure se sia scritto giusto. Lo scrivo in italico: per salvare dal fallimento la nostra economia, si dovrà estendere la possibilità di licenziamento ai dipendenti del settore pubblico che, in tal modo saranno equiparati ai dipendenti dei privati. Equità. Come se non esistesse già la possibilità di licenziare chiunque, quantunque e comunque. Sorvoliamo.
Se la soluzione è così semplice, estendiamo, estendiamo subito! Così facciamo stare tranquillo anche Obama.
È forse l’articolo 4 della nostra Costituzione che lo vieta?
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
L’unica soluzione che mi viene in mente, e che suggerisco alla signora Fornero, sarebbe una modifica all’articolo 4 che potrebbe essere così riscritto:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto ad essere licenziati e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
Una cosetta da poco. Se si vuole, e proprio per non essere fraintesi, l’articolo potrebbe essere completato con:
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al licenziamento del maggior numero possibile di suoi simili.
Codicillo non indispensabile, ma utile per unire ancor più i cittadini in uno Stato che li capisca, che comprenda i loro bisogni e faccia di tutto per soddisfarli. Così facciamo stare ancor più tranquillo Obama.

Ho sempre pensato che si dovesse operare per equiparare i cittadini italiani (ma i lavoratori sono ancora cittadini italiani?) al livello più alto, non al più basso. Per cui, se i dipendenti di enti pubblici non si possono licenziare, ci si dovrebbe preoccupare di applicare la stessa tutela ai lavoratori che non hanno la fortuna di appartenere a enti pubblici.
Ci si dovrebbe preoccupare, ho scritto. Chi? Il governo, è chiaro, no?
Questa, nella mia ingenuità, pensavo fosse equità.
Non so se la signora Fornero l’ha detto veramente. L’ho letto sui giornali e io ai giornali ci credo. Quasi sempre, se no, perché leggerli?
A meno che la signora Fornero non sia stata aggredita dal virus contradictus, comune nel precedente governo. Fa pronunciare parole e poi fa giurare di non averle pronunciate.
Ecco perché ho qualche resistenza a chiamare la signora Fornero, ministro (o ministra?): perché ancora non ha proposto la modifica all’articolo 4 della nostra Costituzione zovirax price. E dal suo insediamento sono passati… Quanto? Sei mesi? Un anno?
Non lo ricordo più. Il conto è complicato dal fatto che tutto è esattamente come prima e non è ben chiaro quando, a rovinare il paese, i tecnici hanno sostituto i politici. Cosa la paghiamo a fare?
Per equità con il passato governo, propongo che si possano licenziare anche i ministri che non provvedono al bene comune. O che dicono e poi contraddicono.

Parola dal sen fuggita
poi richiamar non vale.
Non si trattien lo strale
quando dall’arco uscì.

Non è una citazione colta. E non so neppure se sia giusta. Il buon Parini l’ho studiato a scuola e ne sono passati di anni, quindi… Mi pareva bello citarlo, visto che era pure un abate.
Mi sento in un paese di matti. O sono io il matto?

loriano macchiavelli
5 giugno 2012

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Metti una sera a Pavana…

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Riprendiamo l’articolo intervista apparso sul sito www.francescoguccini.net il 14 gennaio 2011.

“Metti una sera a Pavana…” – Intervista a Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Guccini:“Se potessi farei vedere a mio padre questa casa che è molto cambiata da allora. Poi vorrei rivedere tutti i miei nonni del mulino, vorrei fare delle domande che allora, troppo giovane, non ho mai fatto.

Macchiavelli:Quando proposi Macaronì mi dissero: è una bella storia, ma poi a chi lo vendiamo questo romanzo, ai minatori in Belgio?”

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli - Pavana gennaio 2012

Pavana, 13/01/2012 – Incontrare due giallisti di venerdì 13 forse non è consigliato dalla smorfia. Quando però si tratta di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli anche la scaramanzia passa in secondo piano.

Venerdì scorso li abbiamo incontrati a Pavana, con Franca e Raffaella, le loro dolcissime compagne di vita. L’idea iniziale era quella di fare un’intervista, poi col passare dei minuti si è trasformata in una piacevole chiacchierata, complice anche la spontaneità e l’autenticità di due personaggi come Francesco e Loriano. Abbiamo deciso di proporvi un estratto del nostro pomeriggio passato a casa di Francesco.

Per arrivare a Pavana, da Pistoia, ci sono trenta chilometri di strada da fare. Trenta chilometri di saliscendi, di tornanti, di strade strette e a volte impervie, soprattutto d’inverno, che tagliano i boschi dell’appennino toscano.

L’appuntamento è con Loriano poco dopo il ponte della Venturina, da Mimmo, a pochi metri dal cancello verde di casa Guccini. Loriano viene da Monteombraro, percorrendo la Porrettana o la Statale del Passo Brasa. Da Bologna ci vuole poco più di un’ora di macchina per arrivare a Pavana. Da lì non cambia lo scenario, se non per il fatto che i monti da attraversare sono quelli del versante emiliano.

Strada per Pavana - Provincia di PistoiaLa meta è casa di Francesco e con Loriano c’è la sua splendida moglie Franca e l’amico Fiorenzo.

Francesco ci accoglie in casa con la sua usuale cortesia, mentre Raffaella ci raggiungerà poco dopo. Ad allietare il pomeriggio ci pensa Paurina, uno dei tre mici di Francesco che non sembra per niente infastidita dalle coccole che riceve a turno da tutti. Tutt’altro. “Che ruffiana”, bofonchierà Francesco durante il nostro incontro. E così iniziamo la nostra chiacchierata.

Partiamo dalla vostra amicizia, perché non tutti sanno che oltre ad aver scritto sei romanzi assieme, vi lega un’amicizia di lungo corso e solo dopo diversi anni avete deciso di iniziare a scrivere insieme. Quando vi siete conosciuti ?

FrancescoBeh, eravamo amici, ma non ci frequentavamo così spesso.

LorianoIo lo vedevo qualche volta al Sanleonardo, ma l’occasione che ci ha fatto incontrare definitivamente è stata il festival del Giallo a Viareggio, quello che oggi si tiene a Courmayeur, il “Noir in festival”. Io ero invitato, mentre Francesco venne a presentare il famoso concorso di racconti chiamato “Ghostbusters”, un premio molto interessante che ha contato una decina di edizioni. Ci rivedemmo lì, facemmo il viaggio di ritorno insieme e ci fermammo a Pavana a bere un bicchiere. E poi da quel giorno ci siamo frequentati.

E chi tra voi ha avuto l’idea di scrivere un giallo assieme?

LorianoA dir la verità nessuno dei due! E’ stato Antonio Franchini, un editor della Mondadori. Francesco venne alla presentazione di un mio romanzo, “Coscienza sporca” e durante la cena che si tenne dopo l’evento parlammo con lui di una storia realmente accaduta a Pavana e che Francesco mi aveva raccontato durante quel viaggio.

Una storia vera?

FrancescoSì. Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, credo nel 1923, avvenne un fattaccio a Pavana. Il Priore, il prete del paese per intenderci, fu trovato morto nella gora di un mulino che oggi non esiste più. Sentendo raccontare questa storia in paese, dicevano che era uno che beveva parecchio e così recita anche un articolo di giornale che abbiamo ritrovato con Loriano.

LorianoAnche se poi anche lo stesso articolo ribadisce che non è una vicenda del tutto chiara, anzi, suscita più di qualche perplessità…

FrancescoInsomma, questo Priore bevendo, si è ubriacato ed è caduto in un fosso che lo ha portato giù a valle, tanto che questo fosso esiste ancora e si chiama Fosso del Pievano. Avevo pensato di scrivere una storia su questo prete morto e poi pensavo anche, dato che allora giocavo spesso a carte (italiane ovviamente), di dare la soluzione finale durante una partita dove una frase avrebbe illuminato il maresciallo, che, per un paese di montagna non poteva non essere un maresciallo. E poi avevo questa idea di inserire il tema dell’immigrazione. Soltanto che io non ero un giallista e, a dirla tutta, non lo sono neanche adesso…lo sono di rimando al limite… Ho raccontato questa storia a Loriano e gli ho detto: “Tu che sei un giallista, scrivila!”. Poi dopo un po’ di tempo lo richiamai e gli chiesi: “Ma allora con questa storia come è andata a finire?”. E adesso continua tu…

Loriano Macchiavelli - Intervista Metti una sera a PavanaLoriano Io avevo chiesto un parere su questa storia a un editor della Rizzoli perché allora pubblicavo con loro. Gli mandai una traccia, quattro cartelle non di più, e mi disse: “Sì, ho capito tutto, è una bella storia, ma poi a chi lo vendiamo dopo questo romanzo, ai minatori in Belgio?”. E mi liquidò.

FrancescoE così, in quella cena di cui parlavamo prima, raccontammo tutto ad Antonio Franchini che ci disse “perché non la scrivete assieme?”. Ci siamo guardati, abbiamo provato ed ecco che siamo arrivati al sesto romanzo …

Bologna e i monti dell’appennino sono due delle tante cose che avete in comune. Tutti e due avete vissuto una vita in città, Loriano a Bologna, Francesco un po’ a Modena e gran parte a Bologna. Loriano, i tuoi personaggi si muovono sempre in un luogo che tu conosci bene, come l’ispettore Sarti a Bologna, città che hai definito in passato “costruita per il mistero”. Questo vale anche per le montagne di Santovito e di Gherardini?

LorianoConosco molto bene Bologna, ci vivo da quando avevo 14 anni. E’ vero è la città “costruita per il mistero” e mi riferisco in particolare al centro, al blocco medioevale. Io ho sempre sostenuto che la montagna è straordinariamente adatta per i segreti, ci sono i boschi… basterebbe provare a passeggiare di sera e farsi sorprendere dal buio in un sentiero… i boschi nascondono e i vecchi paesini di montagna sono spesso teatro di antichi rancori. Conosco storie di gente che si porta dietro un torto subito di generazione in generazione; poi nella maggior parte dei casi non succede nulla, mentre altre volte, proprio come accade nei nostri romanzi, qualcosa accade realmente…

FrancescoA tal proposito (Guccini lo interrompe – ndr) pensa che oggi mi è venuto a trovare un signore che mi ha chiesto un autografo per la moglie di Adumas, quello vero. Ha saputo del nostro romanzo e mi ha detto: “Non è mica vero che è un bracconiere!”. L’ho rassicurato dicendogli che oltre al nome, il resto era frutto della nostra fantasia.

Loriano Speriamo che non ci faccia causa!

Francesco, tua figlia Teresa poco tempo fa ha scritto di Bologna: “Era una città goliardica e profonda. Da quelle notti nascevano canzoni, fumetti e libri. Ma lo avrei imparato solo molto più tardi. Era un momento sociale preciso e importante, un movimento quasi, un passaggio di un’epoca culturale”. Lei che l’ha solo vissuta di riflesso quella Bologna, sembra rimpiangerla. Tu invece?

Francesco Beh sì, soprattutto si rimpiange un’età diversa. Ma la rimpiango molto. E’ una città splendida nella quale vivere, una città di rapporti umani continui. Ora mi dicono che le cose siano abbastanza cambiate, non c’è più forse quell’atmosfera di un tempo. Le cause, a mio avviso sono molteplici. Ti racconto un episodio se vuoi…Era il gennaio del 1969, qualche anno fa ormai… eravamo in un’osteria che aveva scoperto un mio amico che frequentavamo prima il giovedì e poi un po’ più in là quasi tutte le sere. Era un’osteria di due enormi cameroni, sempre piena di gente… quella che poi è diventata l’Osteria del Moretto, a San Mammolo, che ha cambiato completamente faccia da allora. Eravamo lì in parecchi, stavamo tutte le sere con le chitarre fino a tardi. E’ arrivato uno, saranno state le 2 di notte passate, che ci ha fatto una scenata tremenda: “Vergognatevi a far casino a quest’ora, io domattina devo andare a lavorare!”, urlava. Lo guardammo, anche un po’ umiliati, e mentre riposavamo le chitarre nelle custodie ci scusammo. Lui è scoppiato in una gran risata e ci disse: “Ah ah ah, vi ho fregato! E adesso venite tutti a casa mia!”.

Questo signore si chiamava Frascari ed era uno degli ultimi contadini dei colli di Bologna. Siamo saliti da lui e alle tre di notte ha svegliato la moglie e la figlia gridando: “Ve mo’ chi t’ho purtè”. Beh, ha fatto fare in piena notte quelle che a Bologna si chiamano “Crescentine”, lo gnocco fritto per intenderci. Poi ha iniziato ad affettare del gran salame e ha portato un sacco di bottiglie di vino. Abbiam fatto l’alba fino alle 8 del mattino, poi lui è andato in campagna a mungere e noi siamo tornati in città, chi come me a “durmir”, chi a lavorare ecc.. Questo per dire che una cosa così adesso non succederebbe.

Loriano E’ vero, c’è stato un periodo a Bologna, un bel periodo, in cui c’erano più osterie che torri…

C’è da dire che entrambi poi con la vostra Bologna non siete mai stati teneri, anzi più di una volta l’avete bastonata. Sembra quasi che con Pavana e Vergato siate più comprensivi, quasi gli perdonate di tutto…

Francesco Beh, a dir la verità è stato più cattivo Loriano con Bologna…

Loriano In realtà c’è da dire una cosa. Io da quando mi sono trasferito a Bologna ho cominciato ad amarla e la amo tuttora. L’episodio che ha raccontato Francesco è uno dei tanti, ne potrei raccontare centinaia anche io di gente che veniva a vederci a S. Leonardo che rimaneva con noi, gente con cui ci scambiavamo l’indirizzo, cose che oggi non accadono più. Quando però mi sono accorto che certe cose che stavano accadendo in questa città, che era veramente allora un’isola felice, e che nonostante quello che succedeva attorno i politici di allora erano sordi, anzi ciechi e sordi come le tre scimmiette (non vedo, non parlo, non sento) e continuavano a dire “Bologna è un’isola felice… beh, ce ne siamo poi accorti nel ’70, ’73,’76,’77… Non solo, poi tante cose che stavano accadendo stavano cambiando la città e loro non volevano che si dicessero. Io mi sono arrabbiato per questo e quando poi ho pubblicato i miei primi romanzi dove denunciavo queste cose, attraverso il romanzo giallo..Ingresso a Pavana da Ponte della Venturina (PT)

Come hai fatto in “Che fine ha fatto la signora per bene”?

Loriano Esatto… i politici non volevano sentirci, poi alla fine il deterioramento è stato progressivo e continuo. Io mi arrabbiavo per questo, non per la città. Io Bologna la amo, Bologna mi ha accolto che parlavo solo dialetto quando sfollai giù durante la guerra da questa valle dove passavano le cannonate. E quando arrivai a Bologna mi trovai al sicuro, doveva essere la città “bianca” dove non sarebbero dovuti arrivare i bombardamenti. Tre giorni dopo il primo bombardamento lo abbiamo preso noi… in ogni caso ho cominciato ad amare questa città e gli voglio un bene della madonna. Non è la città che non amo, non amo quello che oggi accade nella città. Non mi va giù, o meglio, non gliene frega a nessuno che non vada bene a me, però non ho più quel rapporto che avevo una volta.

Francesco – Sono arrivato a Bologna – dice Loriano che parlava solo dialetto – io invece ero già laureato in filologia ugro-finnica all’Università di Norimberga!

LorianoCavolo, non me lo hai mai detto!

Francesco Beh, sì, insomma… sono cose che uno non dice… Ma il salto da Modena è stato enorme, un altro mondo… era il 1960, o meglio 1961. E’ stata una botta, una cosa diversa. E mi ci sono trovato subito bene, anche perché già avevo degli amici…

Tu hai sempre abitato in Via Paolo Fabbri?

FrancescoNo… la mia prima casa è stata in via Massarenti, in una casa bellissima che purtroppo non esiste più, una casa strana con un salotto col soffitto affrescato dove nel fondo c’era una stanza col pavimento di legno e un caminetto Franklin… una vecchia casa, una cosa strana… Ora l’han tirata giù e hanno fatto un palazzone enorme, una cosa ignobile. Da lì i miei si sono trasferiti, mentre io ero già militare, in Muro di Galliera, dove sono rimasto fino al 1970. Poi mi sono trasferito da solo in via Paolo Fabbri.

LorianoQuarantatrè.

FrancescoEffettivamente… sì, adesso non star lì a ricordare… (sorride)

Loriano Beh, ormai non ti puoi più nascondere….

Insieme avete scritto 6 gialli, un genere fino pochi anni fa spesso relegato a “letteratura minore”, mentre oggi ampiamente rivalutato e apprezzato…

Loriano Beh certo, è stato dopo gli anni ’90 esattamente da quando ho iniziato a scrivere con Francesco Guccini. E’ da lì che è iniziata la consacrazione!

FrancescoSì, certo, ovviamente!

Dai Romanzi di Loriano sono nati tanti telefilm, mentre Francesco è ormai un attore navigato. Non vi hanno mai proposto di portare sul grande schermo una storia del Maresciallo Santovito o di Poiana?

Loriano Ah, di proposte ne abbiamo avute tantissime, ma nessuna si è mai concretizzata. Abbiamo in corso dei contatti per Malastagione, come ce ne sono stati per Macaronì, però poi alla fine non se ne è fatto mai niente…

Loriano, hai sempre voluto fare lo scrittore o come tanti bambini, da piccolo sognavi di fare l’astronauta o chissà che cosa?

LorianoAh, io ho sempre sognato di fare lo scrittore.

So che tu hai iniziato a scrivere, durante la scuola media, piccoli racconti erotici che vendevi ai tuoi compagni…

Loriano Se vuoi chiamarli erotici, chiamali erotici, per me erano pornografici…

Ne possiedi qualche copia ancora?

LorianoMagari… tanti anni fa ho fatto un giro di telefonate ai miei amici d’infanzia per chiedere se ne avevano uno da qualche parte, ma li leggevano e li buttavano via, in casa certa roba, all’epoca, non si portava.

Francesco, di te invece lo so. Volevi fare lo scrittore ed eccoti qui a sfornare un libro all’anno.

FrancescoSì, assolutamente, era il mio desiderio da bambino.

E trent’anni fa dicevi di voler tornare a Pavana da dove eri partito e ci sei riuscito.

FrancescoForse troppo tardi, ma alla fine ce l’ho fatta…

E oggi hai dei rimpianti?

Francesco Mah, una cosa che volevo fare, e che ormai probabilmente non farò mai, è il disegnatore di fumetti… Ho fatto lo sceneggiatore, ma mai il disegnatore. Sono cose che avrei dovuto coltivare da ragazzo. Tanto che ho conosciuto Bonvi solo perché eravamo rivali a disegnare i sacchi da ginnastica… non so se li ricordi… delle specie di stoffe di plastica dove mettere la tuta, le scarpette, una sorta di zaino… e anche nel disegnare i risvolti dei jeans. Io facevo questi lavoretti per 50 lire e Bonvi mi faceva concorrenza. Lui ha continuato, io per vari motivi ho smesso. Peccato, avevamo un nostro mercato, io disegnavo, ma alla fine ho smesso definitivamente. Ho fatto però anche due finti ex voto: uno ce l’ha Vincenzo Mollica e l’altro Peppe Caporale.

A proposito di Mollica, su internet gira anche un tuo schizzo (foto) sul suo Ipad…

Francesco Un Ipad? Cos’è un Ipad? Schizzo autografo di Francesco Guccini su retro iPAD Vincenzo Mollica

Un dispositivo portatile per leggere libri, per guardare film, ascoltare musica e navigare su internet. Un prodotto della Apple, la stessa casa che produce il tuo Mac…

Francesco(Ride) Ahhh, sì, sì, può darsi allora!

Franca e Raffaella, le vostre due splendide compagne di vita. Quanto incide la loro presenza nel vostro lavoro e nella vostra produzione?

Francesco Per parte mia poco, anche se Raffaella quando scrivo, essendo un’insegnante, mi vuole correggere sempre, ma io le dico sempre: “Raffa, è il mio stile, lasciami stare”. Poi però i gialli, ad esempio, li legge alla fine, mentre quando scrivo altre cose gliele faccio leggere brano per brano. Non è una buona critica (sorride) perché alla fine è sempre molto entusiasta.

LorianoFranca invece è molto critica. Le devo molto, è una compagna straordinaria. Lei legge quello che scrivo e quando non le piace io mi preoccupo e vado a cercare quello che non funziona.

E quando scrivi lei riesce a indovinare il finale prima dell’epilogo?

LorianoUna volta l’ha indovinato. Mi ha fatto molta rabbia, tanto che io le dovetti mentire e le dissi: “No, non è quello!”.

Poi hai cambiato il finale?

LorianoSì, lo confesso ora per la prima volta di fronte a lei. Non l’ha mai saputo, anche perché non li rilegge mai.Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli a cena una sera a Pavana

Francesco, nella terza pagina di Cròniche Epafàniche hai scritto: “A Teresa sperando che impari”. Ha imparato?

Francesco Mah, in parte sì. Lei è legata a tante cose a cui sono legato io. In parte ovviamente, essendo molto più giovane di me e avendo una personalità sua, va per la sua strada. Poi, inevitabilmente, ha certe mie passioni. Io avevo un fratello, che purtroppo è morto recentemente, molto più giovane di me di 14 anni; e anche lui è cresciuto e ha respirato con me l’aria delle canzoni e dei fumetti… poi lui si è specializzato in un certo senso… per esempio nella musica era molto più raffinato di me. Mi faceva ascoltare certe cose che io non conoscevo neanche. Stessa cosa per i fumetti: io compravo di tutto, lui era più selettivo. Quindi è ovvio che crescendo assieme in un certo modo certe cose vengano anche naturali.

Quando è stata l’ultima volta che avete pianto?

FrancescoAh, non mi ricordo mica! Anzi, ora che ci penso…al funerale di mio fratello, poco prima a quello di Renzo e prima ancora a quello di mia mamma. Queste sono state le ultime volte, perbacco.

LorianoAnche io ricordo i pianti dei funerali, quello di mio padre e quello di mia mamma. Quest’ultimo in particolare perché è stata una perdita improvvisa, un’incidente stradale e mi ha dato molto fastidio.

E se aveste la possibilità di incontrare i vostri genitori anche solo per cinque minuti, cosa direste loro?

FrancescoAh, cinque minuti non basterebbero. Anzitutto farei vedere a mio padre questa casa che è molto cambiata da allora. L’abbiamo rimessa a posto, gli chiederei se gli piace, gli farei vedere questo o quel lavoro che abbiamo fatto. Poi vorrei rivedere tutti i miei nonni del mulino, loro inconsapevoli e io invece consapevole di essere ritornato a vederli, ma ragazzo come ero allora. Vorrei fare delle domande che allora, troppo giovane, non ho mai fatto. Vorrei rivederli ancora quando erano, magari non giovani, ma ancora in buona salute, prestanti.

Ci pensavo proprio l’altro giorno: la storia del mulino, poter rivedere giù di nuovo questi grandi vecchi che avevano delle forze che noi neanche ci immaginiamo… Pensavo a quanto si camminava allora. Mia nonna e la mia prozia, io avevo undici, dodici anni, loro già abbastanza avanti con l’età, andavano giù alla Venturina e tornavano a piedi, anche di notte e senza fare una piega. Mia zia Rina andava diverse volte durante la settimana giù verso Valdibura, Venturina, dove c’è il macellaio. Ricordo che avevo sei anni, andammo a Capugnano a piedi dal Mulino, io mia nonna e mio prozio.

Ti racconto un altro episodio. Anni fa eravamo nella bottega di un sarto che aveva un fiasco di vin santo. C’era un certo Archide …

LorianoArchide? Ma è un nome bellissimo, aspetta che me lo segno…

FrancescoEcco lo sapevo, io devo star zitto con Loriano…

Dicevo di questo Archide, un falegname che aveva il laboratorio lì, di fronte a casa, dove c’è la legnaia. Soltanto che, essendo, come anche mio zio e altri Pavanesi, socialisti, i fascisti gli bruciarono la falegnameria. Lui è emigrato in Francia, ad Antibes, dove è morto centenario. Un giorno eravamo assieme, lui era già molto anziano e bevendo insieme il vin santo mi disse in dialetto Pavanese: “I m’rcord na volta i chippà na balla d’vin santo, n’ero più bon di tornar a cà!” Era stato a ballare a Pistoia a piedi, si era ubriacato e non si ricordava come aveva fatto a tornare a casa. Si è fatto più di trenta chilometri a piedi e in quel tempo non c’era la galleria, pensa te!

Un lettore di gialli dopo aver letto un capitolo deve sempre chiedersi “cosa succederà dopo”. Ecco, cosa succederà dopo? Che progetti avete per i prossimi mesi? Francesco, il tuo libro è in uscita, mi pare di aver letto in rete che si intitola “Un altro giorno è andato”…

Francesco Eh no! Gliel’ho proibito! Avevo pensato inizialmente a “Quando al cinema pioveva” come titolo. Sai quando al cinema durante la proiezione del film si sentiva sgranare la pellicola, con quel rumore simile a quello della pioggia quando cade… ma poi abbiamo deciso un altro titolo che però adesso non ricordo… (ride)

Loriano Io invece sto ultimando un romanzo che devo consegnare a breve, credo che uscirà in autunno poi con Francesco verso aprile ci organizzeremo per iniziare a scrivere un’altra storia di Marco Gherardini, poi vedremo…Metti una sera a cena a Pavana - 13 gennaio 2012

La nostra conversazione con Francesco e Loriano è terminata così. Poi siamo andati a cena insieme, ma quella è un’altra storia. Bellissima, indimenticabile, forse anche indescrivibile, ma un’altra.

                                                                                                                                                                    Dario Borlandelli

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LA NOSTRA E LA LORO EQUITÀ.

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Equità: nell’ultimo mese non c’è parola, in Italia, che sia stata tanto usata. Da tutti, in particolare dai rappresentanti del nuovo (nel senso di recente, perché di nuovo non ci ho trovato granché) governo. La manovra per salvare l’Italia dal baratro…
Altra parola abusata. Sarebbe bello se i nomi dei responsabili che hanno scavato la voragine dinanzi al cammino dell’Italia, cioè al nostrocammino, venissero pronunciati a voce alta, magari ogni sera durante il telegiornale, e scritti in lettere tutte maiuscole, non per rispetto, ma perché non ci fossero equivoci e dubbi sulle loro identità.

La manovra per salvare l’Italia dal baratro sarà equa. L’equità sarà il fondamento della nostra azione politica. Equità e sobrietà. Sobrietà ed equità. Equità, sobrietà e baratro.
Che bello! Ci ha conquistati tutti. Quasi tutti. L’esperienza, che è uno dei pochi regali del tempo, mi fa dubitare e ho dubitato. Soprattutto perché, se dobbiamo il baratro agli speculatori finanziari, con quale fiducia possiamo affidare il risanamento della finanza alla stessa categoria sociale che ha provocato il disastro? E continua a provocarlo giorno dopo giorno, spread dopo spread, bot dopo bot, speculazione dopo speculazione?
Che bello, abbiamo detto. Avete detto.

Ho letto i provvedimenti, impregnati di equità, tanto che non sappiamo più dove metterla tutta ‘st’equità, e mi si è ancor più radicata la convinzione che le parole hanno un loro significato particolare, e diverso, a seconda della categoria di persone che le pronuncia.
Se io dico equità, intendo equità e non c’è bisogno di altre spiegazioni o chiarimenti. Voi sapete cosa intendo e di cosa parlo. Per altri, diciamo per i politici, per i grandi e misteriosi trafficanti della finanza, per le banche, per i giornalisti… Per ognuno di costoro, e per altri, equità ha un diverso significato che voi neppure immaginate. Per ciò vi trovate dinanzi a decisioni prese nel nome di un’equità che non corrisponde alla vostra.
Come per accise… Volete mettere com’è più aggraziato accise di tasse. Potrebbe essere il nome di un passerotto. O di un fiore: ho raccolto un mazzo di accise. Rosse.
Come per accise, per escort, per precarietà (da non confondere con disoccupazione), per mobilità (idem).

Così, per non venire estromesso dal mondo dell’economia (che mi arrecherebbe un grande dispiacere, come potete immaginare), ma soprattutto dal mondo dei significati, poiché di significati io vivo, sono andato a cercare qua e là alcune definizioni di equità. Mi è piaciuta particolarmente la seguente:
EQUITÀ, giustizia non rigida, ma naturale, temperata cioè dall’umanità, qualche volta anche dall’indulgenza e dalla saggezza.
Allora, ho ragione io: l’equità che intendo io è l’equità equa. Sono loro che non sanno cos’è equità, e se non sanno cos’è equità, non possono sapere cosa siano umanità, indulgenza, saggezza che si accompagnano indissolubilmente a equità. E la cosa mi spaventa. Dovrebbe spaventarci tutti.
In realtà, io e voi sappiamo benissimo che loro sanno cos’è equità. Lo sanno e fingono e si attaccano a un’altra definizione, questa:
EQUITÀ, conforme alla giustizia, alla convenienza.
Adesso sì che funziona e la manovra proposta dal governo è perfettamente giustificata. Infatti essa è conforme alla giustizia, la loro, ed è conforme alla convenienza, sempre la loro.
Buon baratro a tutti.
A meno che… A meno che…
Fate un po’ voi i conti.

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Quale futuro?

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Foucault e la biopolitica.

Se mai un giorno ci decideremo a fare un bilancio delle nostre ultime due generazioni, dal dopoguerra ai giorni nostri, sarà un bilancio piuttosto deludente. Ci troveremo fra le mani la fotografia del fallimento degli ideali e della lotta nata dall’illusione di un cambiamento del mondo. E che si tratti di un fallimento lo dimostrano gli avvenimenti che stiamo vivendo: affidiamo il governo nelle mani dell’economia, di quell’economia che abbiamo tentato di modificare; di quell’economia che ha ridotto la nostra esistenza a una lotta per la sopravvivenza; di quell’economia che si è spartita e continua a spartirsi il mondo e le sue ricchezze.

Quale futuro ci stanno preparando i governi economici? Quelli da tempo installati in certe parti del mondo e quelli che, altrove, si vanno sostituendo ai governi cosiddetti politici e alle cosiddette dittature. Se l’analisi di Foucault

Il dispotismo è un governo economico, che tuttavia non è rinchiuso, circoscritto entro i suoi confini da nient’altro se non da una economia che ha esso stesso stabilito e che controlla totalmente.
(Da Nascita della biopolitica, Feltrinelli)

Se l’analisi, dicevo, fosse esatta, a noi resterebbe ben poco spazio per la fantasia e per i sogni poiché l’economia e il suo governo non prevedono fantasia e sogni fra le doti dell’uomo. Anzi, li considerano un danno che contrasta con i loro, e quindi nostri, interessi.

loriano

 

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Funerale dopo Ustica

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 Torna Funerale dopo Ustica.

Il pezzo che segue l’avevo messo sul sito quando l’editore era convinto di ripubblicare il volume. Poi la malaugurata idea di farlo preventivamente leggere e commentare da un avvocato, a scanso di guai economici incombenti, dato l’argomento e il precedente legale con Strage. Risultato: Funerale dopo Ustica, non si ristampa.
Perché? Perché c’è il diritto all’oblio. Non so cosa voglia dire e non mi interessa.
Perché la sentenza definitiva sulla strage di piazza della Loggia ha assolto tutti gli imputati. Qualcuno ricorda Brescia, il 28 maggio 1974? La fotografia di un uomo in ginocchio, disperato come dovrebbe essere disperato tutto il nostro paese? Ne dubito, ma non cambieranno le cose.
Altri perché, tanti, che mi fanno capire come il nostro Paese stia tornando indietro nella democrazia, nella cultura, nel buonsenso… Se si arriva a censurare la letteratura, vuol dire che va male, che molte, troppe cose non funzionano, ma soprattutto che è in corso una mutazione genetica della nostra gente. Una mutazione che ci fa accettare anche gli avvenimenti per i quali, un tempo (quando?) avremmo protestato, saremmo scesi in piazza.
Niente di buono sul nostro orizzonte.
Anche se non ha senso, lascio il brano che annunciava la ristampa di Funerale dopo Ustica. A futura memoria. Leggetelo qui di seguito.

 

In giugno del prossimo 2012 uscirà per Einaudi una nuova edizione del mio romanzo Funerale dopo Ustica, apparso per la prima volta nel 1989 per l’editore Rizzoli. Allora l’autore indicato sulla copertina era un certo Jules Quicher, contrabbandato nel risvolto di copertina come “un esperto di problemi della sicurezza in una famosa multinazionale svizzera”. La presentazione del presunto autore terminava così:
“… Jules Quicher parla e scrive alla perfezione in italiano e francese (sue lingue madri), e in inglese, tedesco e spagnolo.”
In realtà il vero autore del romanzo, il sottoscritto, parla e scrive a malapena in italiano e nel dialetto della sua montagna, ma i progetti editoriali prevedevano che io conoscessi altre lingue.
La fascietta attorno al volume riportava: “Uno scrittore che sa molte cose: forse troppe”.  Anche questa affermazione era ardita: chi può conoscere le segrete cose avvenute in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri?
Quello che sapevo dei misteri italiani lo avevo desunto dalle inchieste rese pubbliche e che ben pochi perdono tempo a leggere. Per ciò, chi ne sa anche solo un poco più degli altri, sembra che sappia quasi tutto.

Del romanzo Funerale dopo Ustica vi do, cari amici lettori, i

Personaggi
importanti in ordine di apparizione sulla scena del crimine:
Dikte, ammiraglio, funzionario ad altissimo livello dei servizi segreti della Difesa;
Bellamia, la doppia moglie dell’onorevole;
– L’onorevole Furoni, ex comandante partigiano, ex aderente al Partito d’azione, ex attivista del Partito comunista italiano, ex terrorista altoatesino e infine deputato al Parlamento italiano per conto di un partito dell’arco costituzionale e difensore delle riforme sociali e politiche;
– Surprisi, alto magistrato titolare di inchieste sull’eversione nera, rossa, gialla e altri variegati colori;
– Penelope Giorgiani, Lope, intellettuale, sociologa di fama internazionale e strenua paladina dei movimenti extraparlamentari come supporto insostituibile della democrazia;
Klaus Krunter o Walther Renner o Hisard o Gustav Göristh o Standish Husky o chissà che altro ancora, tedesco o austriaco o spagnolo o svizzero o chissà che;
– Guendalina Valmoral, Lina, la sua segretaria. O la sua donna? Vedremo;
– Victorhugo, ognuno di noi immagini chi sia e chi rappresenti;
– Pierluigi, nome di battaglia di uno sfigato condannato fin dalla nascita a morire giovane;
– Stefano Degiorgi, geometra, capo ufficio tecnico dell’impresa di costruzioni Sassi L, sui trenta, elegante e sobrio;
– Il Maggiore, ingegnere responsabile della stessa impresa, capelli bianchi, sorriso aperto e comunicativo;
– la Signorina, segretaria tuttofare della stessa impresa di costruzioni;
– Mila Santini, dottoressa, ufficio amministrativo dell’impresa Sassi L.;
– il Vecio, partigiano, un taciturno montanaro sui cinquanta;
– Mario, non si sa chi sia né se sia;
– dottor Capucci, funzionario di polizia;
– dottor Lucio Chiaroni, anonimo ragioniere dipendente di un’importante azienda a capitali internazionali, con scarse possibilità di carriera (almeno apparenti) e felice padre di famiglia;
– Marta, la moglie;
– Sara, la figlia, tutta suo padre;
– Ummer, il capo del Nucleo Sette;
– Primo, Secondo, la Ragazza, Trovato, Sesto, il Custode, quelli del Nucleo Sette;
– Riccardo, biancheria intima e gran figlio di puttana;
– Antony Bozzolla, coordinatore del gruppo dei dieci del Css2;
– Luis Garcia Rodriguez, o anche Colonnello Stan, che ha costruito la sua casa in cima a Punta Falconera, Costa Brava, Spagna;
– Algucil, pittore, anarchico, rivoluzionario, reduce del ’68 parigino, amico di Luis Garcia;
– Pazienza, un prezioso occhio per Stefano Degiorgi, nel buio di Roma, vero nome Circeo Calterano;
– Hilario, amico d’antica data di Stefano Degiorgi, che dà l’idea di un barbiere più che di un agente dei servizi segreti spagnoli;
– l’Abate di Montserrat, abazia benedettina a quota 750;
– Pardo Bazan, chi è costui? O costei;
– Sarah, dagli amici chiamata Sherry per via che ne beve in quantità;
– Jules Quicher, dei servizi di sicurezza francesi, uno che avrà vita lunga;
– dottor Miland, responsabile di certi laboratori segreti per la ricerca di chissà cosa;
– l’uomo con la cicatrice, destinato a una brutta fine come tutti i cattivi;
– Morini, uno di Milano che dovrebbe saperla lunga sulle bierre;
– Eva Horvath, vedova ungherese, trasandata e forse ubriaca;
– Heléna, la sua dolce bambina, strumento inconscio di morte;
– Professor Cordellin, uno strano ma erudito e aggiornato fisico;
– Adin al Fadal, pilota libico che riesce a guidare un Mig 23 perfino da morto;
– monsieur Pipard, titolare della brasserie di Punta Falconera e fornitore di gas liquido;- madame Feisan, da poco vedova e tenutaria dell’unico albergo di Punta Falconera;
– Ferdinando, un meccanico addetto al controllo a terra degli aerei, che si è provvidenzialmente rotto una gamba, purtroppo per qualcuno.

Adesso che vi ho presentato quasi tutti i protagonisti di Funerale dopo Ustica, ci vediamo a giugno.

PS. Per motivi esclusivamente legali, nel senso che stiamo valutando alcune ipotesi che potrebbero procurare a me e all’editore qualche fastidio, oggi (9 agosto 2012) vi comunico che l’uscita del romanzo è stata rimandata. Ne riparleremo, forse, a marzo dell’anno prossimo. Tenete duro.

loriano macchiavelli

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Sito ufficiale di Loriano Macchiavelli, scrittore

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