TEMPI OSCURI

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Si riaffacciano tempi oscuri: pensavo non li avremmo mai più vissuti. La memoria non è una qualità degli italiani.
Il mio contributo alla lotta contro il fascismo montante è l’omaggio a un uomo che ha lottato perché io vivessi libero.

LA PRIMA VOLTA CHE HO INCONTRATO MIO PADRE.

L’ho incontrato che avevo tre anni e la sua immagine è piantata nella mia memoria e resta lì, visibile come una vecchia fotografia appesa con una puntina al muro di casa e che ti viene davanti ogni volta che socchiudi la porta d’ingresso.
L’ho incontrato che avevo tre anni. E prima?
Prima era disoccupato e un brutto giorno salì su un treno, lasciò Pioppe e sbarcò in Africa. Per lavorare. Andò a costipare, con una pesante mazzaranga, le massicciate delle strade dell’impero; andò a stendere asfalto sotto il sole africano; andò a segare a mano gli alberi lungo il tracciato delle vie volute da Benito Mussolini per la gloria dell’Italia nel mondo. Andò e intanto mangiava riso scondito. Per questo, tornato a casa, non ha più voluto vederlo nel suo piatto. Meglio cipolla e sale.
Eppure a Pioppe, alla canapiera, di lavoro ce n’era per tutti, dicevano. Non per mio padre e pochi altri. Quelli che non volevano mettersi nel portafogli la tessera del Fascio. Tre o quattro nella Pioppe di qua da Reno. Per dare qualche soldo alla famiglia, salivano sui monti a tagliare legna e a fare carbone. Ci stavano settimane e tornavano a casa che puzzavano di selvatico come animali. Una vita infame.
Un bel giorno si stancò, finse di credere a chi gli diceva, ogni volta che lo incontrava all’osteria per un bicchiere: “Ma va’ in Africa! Si guadagna bene. Stai via un paio d’anni, torni a casa pieno di soldi come un cane pieno di pulci e ti comperi la casa dove stanno i tuoi.” Ma loro, i caporali che arruolavano disoccupati per l’Impero, restavano a casa, col culo al caldo dentro la canapiera.
Lasciò Camugnone che io avevo un anno e mezzo e di lui non conservai memoria. Né ricordo la sua partenza, ma posso immaginarla. Mia madre, con me in braccio, lo accompagna alla stazione di Pioppe. Vanno lungo i binari che passano davanti a Camugnone. Mio padre porta la stessa valigia di cartone che gli vidi poi nella destra, al suo ritorno. Solo che al ritorno, la valigia era tenuta assieme da due spaghi. L’Africa si era preso, oltre che la salute di mio padre, anche le due chiusure a scatto della sua valigia.

Poi un giorno, questo lo ricordo e oggi so che era passato più di un anno da quando mio padre se n’era andato, un giorno mia madre mi dice: “Oggi pomeriggio arriva il babbo”.
Il sole è già tramontato dietro la collinetta che sta davanti all’osteria. A Camugnone il sole tramonta presto. Mia madre mi lava, mi asciuga, mi pettina, mi veste di nuovo come la domenica, mi prende per mano e usciamo di casa. Ci sediamo sul muretto della piccola passerella, mia madre ha gli occhi fissi sul passaggio a livello e io guardo le anitre giù, nel cortile del contadino. Poi:
“Ecco, quello è il babbo.”
L’uomo che è spuntato dalla siepe che divide i binari dai campi, e sta immobile, in piedi subito passato il passaggio a livello, è alto come un gigante… O sono io che lo ricordo così.
Ha una valigia nella destra, il viso coperto da una barba nera, nere ha le mani e la poca pelle del volto che la barba lascia scoperta. Rivedo perfettamente gli occhi. Lucidi e brillanti. Adesso so che era per la febbre. Malaria. L’ho visto per mesi e mesi, dopo, sul letto, scosso da brividi che non se ne andavano, nonostante i tanti panni che mia madre gli metteva sopra.
La malaria è fatta così: ti prende alla sprovvista e se ne va quando ne ha voglia.
“Corrigli incontro e abbraccialo.”
Non sono corso e non l’ho abbracciato, quell’uomo nero che non conoscevo. Ho nascosto il viso nella sottana di mia madre. Ma non ho pianto quando l’uomo nero mi ha sollevato, mi ha stretto e mi ha baciato.
Ho imparato a volergli un gran bene a quell’uomo che non era né nero né alto. Ma forte come un gigante e con un cuore grande come una casa.

Mio padre era tornato dall’Africa. Qualche soldo ce l’aveva in tasca. Abbastanza per venire pari con i debiti di anni di disoccupazione. La mia famiglia continuò a pagare l’affitto di uno stanzone dove eravamo sistemati in quattro, al piano terra di Camugnone, entrando, la terza (o era la seconda?) porta a sinistra nell’enorme corridoio. A destra, sempre nel corridoio, una scala per il primo piano e, sulla parete di fondo, in una nicchia, la Madonna e il Bambino. In maggio, sempre una candela accesa. E la sera, in quel corridoio, il rosario. Ognuno si porti la sedia da casa.
Mio padre non partecipava al rosario: era tornato sui monti attorno a Pioppe a tagliare legna e a fare carbone assieme ai tre o quattro che non volevano mettere nel portafogli la tessera del Fascio.

Questo era mio padre.
E io? Che farò, se sarà necessario?

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