Strage – 2 agosto 1980

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Si avvicina – e saranno 40 anni – il mesto anniversario della strage della stazione di Bologna. Einaudi pubblica la ristampa del libro “Strage“, nella collana Super ET, il romanzo di Loriano Macchiavelli (inizialmente pubblicato con lo pseudonimo dell’immaginario esperto in problemi di sicurezza svizzero Jules Quicher) che ricostruisce un possibile movente basandosi sulle informazioni arrivate alla pubblica opinione fino ad oggi. Certo non hanno aiutato a fare finalmente luce su una delle peggiori stragi della nostra Repubblica le “desecretazioni” degli atti disposte dalla direttiva Renzi, documenti pieni di “omissis” e nomi illeggibili, depennati col bianchetto. Praticamente inutili. Un bluff, come ha detto in un’intervista a “Repubblica” a firma Giuseppe Baldessarro il Presidente del comitato familiari delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi.
E fa una certa impressione rivedere quelle foto dei volontari che recuperano corpi tra le macerie, proteggendosi naso e bocca con mascherine tornate drammaticamente d’attualità, seppure in un contesto diverso. 40 anni dopo.

La miscela che ha reso possibile il piú orrendo delitto dell’Italia contemporanea, la strage di Bologna, in un romanzo che lascia senza respiro.
(tratto dalla presentazione del libro sul sito: Giulio Einaudi Editore)

«Attenzione: questo è solo un romanzo. Ma come escludere che un romanzo sia piú vero della storia vera?»
Giancarlo De Cataldo

«Loriano Macchiavelli ci regala un magnifico romanzo, denso di colpi di scena e di sorprendenti intuizioni che contendono alle verità faticosamente ricostruite in tante sentenze, plausibilità, razionalità, verità».
Libero Mancuso

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caro romano,

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forse hai ragione tu: la vecchiaia porta saggezza. La mia esperienza mi suggerisce che la vecchiaia porta di sicuro rincoglionimento. Di vecchi saggi ne ho incontrati solo al cinema e nei romanzi. Le eccezioni ci saranno, da qualche parte, e sono disposto a ricredermi appena si verificheranno le tue ipotesi che non ti sorprenderebbero. E che invece sorprendono il sottoscritto
macchia
PS.
Ma io non sono un politico e riesco ancora a sorprendermi.

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il parere di due lettori

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insoddisfatti dell’acquisto di 33 indagini per Sarti Antonio (vedi articolo più sotto).
Il primo: Non avevo letto prima Macchiavelli ed ho pensato che questa raccolta di “casi” mi avrebbe aiutato ad avvicinarmi a Sarti Antonio. In realtà ho capito che non è il mio genere di lettura, lo dico con rispetto. Difficile da seguire, complicato nella descrizione dei personaggi…

Il secondo: Mi spiace fare una critica all’autore, che rispetto in modo assoluto, ma non è di mio gradimento il suo modo di scrivere, con quella ripetizione quasi maniacale di cognome, nome e ruolo del protagonista e degli altri suoi personaggi. Mi rendo conto che è un segno distintivo dell’autore, ma proprio non mi piace. E la trama dei racconti polizieschi è poco intrigante, con un finale spesso scontato.

La mia giustificazione, non richiesta ma proposta come scusante, è la seguente: Mi dispiace che i due lettori non siano soddisfatti. Hanno ragione tre volte: hanno pagato; non è il loro genere di lettura; la trama poliziesca è poco intrigante.
Forse si aspettavano un giallo classico. In circolazione ce ne sono a centinaia. Non vedo il motivo per mettermici pure io. Il lettore farà le sue scelte.
Anch’io, come scrittore, ho fatto delle scelte. Cerco di non ripercorrere strade letterarie fruste e sconnesse e di raccontare il mondo che mi sta attorno, naturalmente come lo vedo io. Che non sempre è come lo vedono gli altri.
D’altra parte, tutti i finali dei romanzi gialli classici sono banali. Io provo a raccontare la banalità della realtà e quindi della vita. Non sempre ci riesco. Mi scuso per questo.

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33 indagini per sarti antonio

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è il titolo del volume che è in libreria. dal 28 maggio.
Lo pubblica SEM che significa, se ricordo bene, Società Editrice Milanese fra i cui componenti c’è Richi, amico di lunga data. Tanto lunga che non ricordo quanti anni siano.
Raccoglie 33 racconti con protagonista Sarti Antonio, sergente, scritti dal 1977 al 2007. Trentatré racconti per trent’anni della mia vita e pubblicati qua e là, in quotidiani, riviste, antologie e chissà che altro.
Non ci sono tutti i racconti perché dal 2008 al 2020 ne ho scritti altri che, prima o poi, raccoglieremo in un altro volume.
Per ora i miei 26 lettori si dovranno accontentare di queste 983 pagine.
L’editore sostiene che è ideale per le letture in spiaggia. Voglio proprio vedere, la lettrice o il lettore, che metterà nella borsa per la spiaggia un chilo e mezza di carta stampata. Senza contare che per reggerlo durante la lettura, ci vorrà la carrucola.
Comunque, BUONA LETTURA,
massaggiatevi le braccia
e
CREPI IL VIRUS.
loriano
PS. Un articolo a firma Piero Colaprico (che ringrazio di cuore) sull’uscita del libro lo trovate su Robinson (allegato a la Repubblica) del 6 maggio 2020. Oppure qui:
Poliziotto per sempre di Piero Colaprico

Per sfogliare la copertina e le alette dei risvolti clicca sull’immagine sottostante. Per tornare alla visualizzazione normale premi il tasto Esc sulla tua tastiera.

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com’ero bravo quand’ero bravo.

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Frugando nei meandri del mio computer alla ricerca di un file che non troverò più, ho riesumato l’intervista che potete leggere qui sotto, se ve la sentite.
L’ho riletta anch’io e dopo mi sono messo a piangere perché a distanza di tanti anni, non è cambiato molto nel mondo dell’editoria.

Domanda:
“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (G. Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Risposta:
“Perché, mi chiedo, devo sopportare una vita tanto grama, la cui massima aspirazione consentita è una grama sopravvivenza, la quale, per altro, dipende dall’umore del tiranno che, quando va bene, mi tiranneggia (che altro può fare un tiranno?) e mi umilia dinanzi ai miei cari ai quali non posso che sorridere fingendo che io e il tiranno stiamo scherzando?” Loriano Macchiavelli, ad vocem, oggi.
Io scrivo … Alludo a me stesso. Non sono tanto presuntuoso da affermare “Si scrive”.
Io scrivo per non dare al tiranno la soddisfazione di credere che mi sono adeguato e per poter così guardare in faccia, con la coscienza a posto, le persone che amo.
Non è che scrivendo mi senta meglio del prossimo, ma faccio dei tentativi. Ho cominciato con la lotta (politica) e quando ho capito la sua inutilità, sono passato al teatro (politico). Nuova delusione e mi sono dedicato alla letteratura (poliziesca e quindi, in qualche modo, polis) e mi sono accorto che con questo strumento posso fingere di essere dalla parte dei cattivi illudendomi di rimanere con i buoni.
È andata bene fino a quando ho scoperto che i buoni sono tali perché non riescono (per vari motivi che non è il caso di illustrare in questo contesto) a far parte dei cattivi.
Adesso sto pensando che altro escogitare ancora per sfuggire al ghigno del tiranno.
Temo altre delusioni.

Domanda:
Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”.
Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Risposta:
Non credo di essermi mai identificato con il colpevole. Non nel senso che intendeva, immagino, Sciascia. Mi sono sentito e mi sento colpevole per molti altri motivi. Racconto il crimine perché vivo in una società criminogena. Racconta il crimine anche chi scrive delle varie sfumature dei colori. Solo che lui (o lei) non lo sa. E neppure chi legge.
Racconto il crimine perché la città è un crogiolo di tensioni e di forze innaturali che si scontrano. e infine, ma non in fine, racconto il crimine perché veramente io vivo in tempi oscuri e perché la parola sincera è follia.

Domanda:
Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Risposta:
Prima contestazione: il libro non è in crisi. Lo sento ripetere da settant’anni e non ci credo più. Credo, invece, che sia un’invenzione degli editori per pagarmi di meno.
Il libro non è in crisi, se le fascette dei romanzi, accatastati senza alcun ordine logico e analogico in librerie che sempre più assomigliano a depositi di materiale inerte pronto per essere assemblato e trasportato all’inceneritore, dicono il vero. Infatti: Questo libro ha venduto oltre un milione di copie; Un romanzo che ha sconvolto milioni di lettori; Trecentomila copie in due settimane; Otto ristampe nelle ultime due ore.
Dov’è la crisi? Nei miei romanzi che vendono il necessario per farmi sopravvivere con dignità.
Seconda contestazione: il romanzo giallo o noir o la letteratura criminale in genere, non ha perduto la sua funzione consolatoria. Lo affermano gli scrittori (non io, e mi viene il dubbio di non essere scrittore; sono scrittore poiché vivo di scrittura; allora?) che così si possono sentire al di sopra delle meschinità.
Che questi romanzi svolgano una funzione consolatoria lo dimostra il fatto di non essere più in contrasto con la società che li ospita. Quando non erano consolatori, venivano denigrati dall’ufficialità della critica e della Storia letteraria. Da quando sono accettati di buon grado, incensati e considerati capolavori, hanno perduto la loro forza negativa, che era poi possibilità di mostrare al lettore minimamente attento, un’altra verità. Che non era la verità ufficiale, ma la verità che si voleva nascondere.

 

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Sito ufficiale di Loriano Macchiavelli, scrittore

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