Il mio arrivederci.

Caro amico,
compagno di giorni costruttivi che abbiamo progettato e vissuto assieme, ti accompagni nell’ultimo viaggio, purtroppo solitario, il mio saluto che non è più il nostro «Ci vediamo domani.»
Resta il mondo che abbiamo recuperato e saremo felici, tu nel tuo paradiso e io nel mio, se un lettore si stupirà per i personaggi, i boschi, i sentieri delle nostre storie. Tu non lo sai, ma io adesso scrivo, amico Franzesc, io scrivo della tua partenza e piango. Sono lacrime vere com’è vero il mio dolore. Mi chiedono di te e non rispondo. Non per superbia o desiderio di dimenticare, ma perché quello che siamo stati io per te e tu per me, si può solo vivere.
Ho la presunzione di averti dato qualcosa e ho la certezza che tu hai dato qualcosa a me. E sono stati venticinque anni di letteratura solo tua e mia. Per chi ha voglia di vedere il mondo dalla parte giusta. Insieme abbiamo ricostruito ciò che riuscivamo a vedere e ciò che non si vedeva, lo abbiamo inventato. Ed è stato bello. Voi che mi chiedete, per mettere dieci righe sul giornale,: “Com’è stato il vostro sodalizio?” rispondo” leggetelo nei nostri romanzi”.
Caro amico, un giorno io verrò da te e ti chiederò “Che ne diresti di riprendere Benedetto Santovito? O il nostro amico Poiana? È da un po’ che aspettano.”.
“Ci ho fatto su un pensierino. Senti se ti piace…”
Non ho dubbi: mi piacerà e scriveremo storie per quelli come noi che se ne sono andarti senza arrendersi.
Un abbraccio dal tuo amico di delitti di carta.
Il macchia.